Il Sacro Monte

Ad accentuare la sacralità e ad accrescere le grazie ed i benefici spirituali che si potevano ottenere, sorse a Belmonte un altro importante complesso: l'insieme delle cappelle della Via Crucis.

Secondo alcuni storici locali (Pagliotti, Rocca, Colombo) negli anni intorno al 1490 il milanese padre Bernardino Caimi, minore osservante, reduce da Gerusalemme dove era stato guardiano in un convento, di passaggio a Cuorgné ove aveva visitato la Rivassola, chiedeva un posto adatto per rappresentarvi quanto vi era in realtà in Terra Santa, facendo una specie di Sacro Monte che imitasse con cappelle i luoghi santi di Gerusalemme.

Identificò il luogo ideale nella collinetta sovrastante la cappella di San Rocco ribattezzandola Monte Tabor; il suo progetto non incontrò però il favore sperato e fu lasciato cadere; il padre, recatosi in Valsesia, riuscì invece ad ottenere dal duca di Milano Ludovico Sforza il permesso di iniziare a Varallo quel grandioso e monumentale complesso che vi ammiriamo ancora oggi.

La costruzione dei Sacri Monti, diffusa specialmente dai Francescani dapprima in ambito lombardo (Varallo, Locarno, Crea, Orta) si proponeva un fine non solo di illustrazione iconografica della vita di Cristo ma anche di edificazione morale, allacciando la preghiera intensamente vissuta al cospetto stesso degli avvenimenti della passione all'espiazione anche fisica (il pellegrinaggio con la salita faticosa sul luogo elevato, da sempre considerato ambiente sacro per la vicinanza di Dio) ed infine alla penitenza e alla salvezza finale nel santuario, méta ideale del percorso.

L'architettura, la scultura e la pittura si integravano in un apparato scenografico diretto erede delle sacre rappresentazioni medioevali cui contribuiva a dare maggiore suggestione l'ambiente spesso deserto e selvaggio.

Due secoli dopo un altro francescano, reduce pure lui dalla Terra Santa, riusciva a realizzare quanto il beato Bernardino aveva un tempo progettato.

Nominato guardiano di Belmonte, padre Michelangelo da Montiglio portava con sé, ricordo degli anni in Palestina, un prezioso crocifisso in madreperla, deposto sui luoghi della passione, tuttora conservato nel piccolo museo, e soprattutto un grande entusiasmo.

Abile e ricercato predicatore, volle riproporre visualmente all'umile popolazione del tempo, che certo non avrebbe mai potuto visitare di persona quelle località, i luoghi di Cristo, ricostruendo li nei pressi del Santuario. Il vasto pianoro sommitale, coperto dalla boscaglia tra nude rocce rossastre, si prestava ad un mistico percorso scenograficamente ideale e così il padre Michelangelo, in quei primi anni del 1700, iniziò a tracciare un percorso circolare, un semplice sentiero sulla cima del monte, segnandovi il luogo delle singole cappelle secondo un piano ben preciso, ispirato alla via dolorosa e adattato alla conformazione del luogo.

Restava la parte più difficile: la raccolta dei fondi indispensabili.

L'entusiasmo del padre Michelangelo trovò rispondenza, riuscendo a coinvolgere in una sorta di mecenatismo artistico popolare sia i pellegrini che le comunità locali e le persone facoltose che, assumendosi gli oneri di una specifica cappella, ne pagavano a rate le spese rimanendone padrone con l'obbligo però della manutenzione, clausola all' origine di numerose future controversie.

Le finanze sempre traballanti non permettevano certo di chiamare grandi artisti ed insigni architetti ma si scelsero per lo più semplici artigiani dei paesi vicini, aiutati da volontari e dai religiosi; proprio per questo però il risultato che ne è scaturito è più genuina espressione popolare, non contaminata da correnti artistiche che potrebbero sviare l'attenzione del pellegrino nel suo mistico percorso dei luoghi e della realtà della Palestina di Gesù.

Anche la forma venne stabilita quasi identica per tutte: una brevissima scalinata precede un ampio pronao sostenuto da colonne, per proteggere i pellegrini dalle inclemenze del tempo, seguito dalla cappella vera e propria, per lo più di forma semicircolare, con la rappresentazione delle scene solo dipinte sul muro. Successivamente, per rendere la rappresentazione più realistica e suggestiva, si costruirono delle statue dei principali personaggi, in quella terra cotta di Castellamonte che aveva in quel tempo raggiunto alti livelli artistici. Unica eccezione architettonica è la cappella del Calvario costruita di forma ottagonale a dominare, dalla sua posizione isolata, tutto il territorio canavesano.

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