Il Sacro Monte di Nostra Signora di Belmonte – Articolo -

Fiorella MATTIOLI CARCANO – p. Gabriele TRIVELLIN o.f.m. 

<<L’anno del Signore 1016, mentre Arduino re riposava infermo nel suo letto nel castello di Ivrea, sul far dell’aurora gli apparve la beata Vergine Maria e gli disse “Arduino sei sveglio?”. “Sono sveglio – rispose – ma chi sei tu?”. “Sono l’ancella della Trinità, Maria madre di Gesù”. Arduino subito balzò dal letto e si prostrò ai piedi della beata Vergine, ai cui lati stavano san Benedetto e Maria Maddalena. “Cosa comandi, o Vergine santissima?”. Gli disse: “Conosci questa persona?”. “No”. “È il mio diletto abate Benedetto, per merito del quale tutto il Paradiso è pieno di santi monaci, che tu hai tanto amato ed ami, per cui avrai il regno dei cieli: infatti quanto hai fatto piace a Dio. Orbene, edificherai nel mio nome una chiesa a Belmonte e ivi collocherai i monaci della regola del mio diletto Benedetto, come hai fato a Rivarotta, perché ho scelto per me questa sede per l’eternità. Nello stesso momento manderai anche a Torino, e nel priorato di Sant’Andrea presso le mura della città farai edificare un’altra cappella sotto il titolo della Consolata, ed un’altra a Crea di Monferrato, non lungi da Moncalvo, perché questi tre luoghi sono stati scelti per l’eternità, e queste chiese vi saranno per sempre”. Detto questo disparve con san Benedetto, ed Arduino che era afflitto da una grave malattia fu risanato, e con grande gioia venne a Valperga. Mandò a Torino, a Moncalvo e all’abbazia di Fruttuaria perché fossero eseguiti i comandi della gloriosa Vergine Maria. Dopo sei giorni furono iniziati i lavori a Belmonte. Venne Guglielmo, abate di Fruttuaria, con cento monaci, che celebrò i pontificali e pose la prima pietra della chiesa sotto il titolo della Natività della Vergine. Sotto la prima pietra posero una medaglia d’oro di trenta ducati con questa iscrizione: “Guglielmo abate, servo dei servi di Dio; Arduino re dei Franchi, signore del Canavese”. Vi lasciarono un priore con undici dei predetti monaci del cenobio di Fruttuaria. Arduino poi arricchì il nuovo monastero di terre e di arredi per la chiesa e così fu costruito il priorato della Natività della Beata Vergine>>.

La suggestiva leggenda di fondazione della chiesa della Beata Maria de Pulchromonte , attorno a cui nel ‘700 si sviluppò uno fra gli ultimi Sacri Monti, è contenuta in un antico manoscritto, la Cronaca di Fruttuaria, opera di un ignoto monaco pubblicata nel 1889. Nel testo certo interpolato successivamente, balzano evidenti alcune incongruenze: Arduino morì nel 1015 e i riferimenti a una fondazione contemporanea con Crea e la Consolata sono inconsistenti; si cita la fondazione di un monastero maschile, mentre il cenobio di Belmonte fu già alle origini femminile e dipendente dal convento di Busano. Scrivono G. e L. Bertotti: << Il periodo della storia canavesana in cui si inseriscono è purtroppo molto buio, per la grande scarsità di documenti sicuri…in un momento dell’XI sec. un imperatore investe dei nobili estranei all’Alto Canaese del feudo di Valperga. Tutti i signori primitivi della zona vengono a poco a poco sopraffatti dai nuovi arrivati, e con loro scompaiono le carte conservate negli archivi delle rispettive famiglie. I nuovi signori, per dimostrare la propria discendenza da Arduino e quindi il loro buon diritto a governare il paese, manipolano alcuni documenti rimasti, altri ne inventano. All’inizio del 1400 un ignoto copista inserisce nell’antica cronaca dell’abbazia di Fruttuaria la narrazione delle tre apparizioni della Vergine: ad Arduino, ad un abate di Fruttuaria, al vescovo Guido di Asti. Sono aggiunte posteriori…ma è possibile che si tratti della trascrizione di una tradizione popolare tramandata oralmente da molto tempo, quindi anch’essa ha il suo valore >>.

E’ interessante notare il collegamento con l’importante cenobio di Fruttuaria (oggi S. Benigno Canavese) e in particolare con la figura dell’abate Guglielmo di Volpiano (+1031) nato nell’isola di San Giulio d’Orta, durante l’assedio portato nel 962 dall’imperatore Ottone I a Willa, moglie del ribelle re Berengario, che si era rinchiusa nell’isola. Guglielmo, figlio del luogotenente di Willa, Roberto da Volpiano, forse cognato di re Arduino, portato a battesimo dall’imperatore stesso, fu personaggio chiave dell’Europa del suo tempo, imparentato con grandi famiglie dell’epoca, monaco benedettino aderì al movimento di riforma cluniacense. Nei terreni paterni, presso Volpiano, fondò l’abbazia di Fruttuaria (dove si ritirò monaco e morì Arduino) ponendola, sull’esempio di Cluny, sotto la diretta protezione del Papa per garantirle autonomia rispetto alle interferenze del potere vescovile, imperiale o feudale. Nelle molte abbazie dove passò, dal Lazio alla Normandia, operò una capillare azione di riforma: partendo dalla radicale applicazione della regola benedettina, indirizzò il monachesimo a una profonda spiritualità, e alla cura della liturgia e dell’edificio sacro, quali aspetti della lode a Dio.

Le origini di un culto mariano a Belmonte sono riferibili ai primi anni dopo il Mille, ma non vi sono tracce della primitiva cappella; l’attuale santuario è posto su uno sperone granitico che sovrasta Valperga e Courgnè, affacciato sul Canavese.

L’intitolazione alla Natività di Maria, compare già nei documenti più antichi (anche se talvolta è detta “del cingolo”, senza che peraltro collegamenti con la Madonna della Cintura, di tradizione bizantina) è tuttavia soverchiata da quella che correla il sito alla situazione orografica: il Mons Pulcher, denso di forti richiami alla sacralità naturale, che ben si adatta alla Vergine Tota Pulchra.

La collocazione di un luogo sacro su un monte è una costante nell’esperienza religiosa: infatti numerosi loca sancta sono situati su luoghi elevati, sovente speroni rocciosi, proprio per la forte carica simbolica che il monte esprime (difficoltà di ascendervi, senso di isolamento, verticalismo) e per un’atmosfera di essenzialità che rende più disposti all’incontro/ascolto con la divinità. Il culto mariano più volte si è espresso in edifici posti su alture, semplici edicole o ricche chiese: ne sono un esempio gli antichi santuari mariani contenuti nel percorso alcuni Sacri Monti: gli eusebiani sacelli di Crea e Oropa, il santuario ambrosiano di S. Maria del Monte a Varese, la Pietà vallesana di S. Nicolao al Monte d’Orta.

La leggenda di fondazione annota la costituzione d’un insediamento religioso: nel 1114 si cita per la prima volta la presenza di monache dipendenti da S. Tommaso di Busano. In tempi di insicurezza generale, le monache si erano poste sotto la giurisdizione e tutela di Fruttuaria, che si avvaleva del notevole prestigio derivatogli dalla diretta dipendenza papale.

Secondo la leggenda, la Madonna apparve al vescovo d’Asti Guido di Valperga, per chiedergli di “riparare la mia casa a Belmonte, che sta andando in rovina”: Guido in accordo con l’abate di Fruttuaria fondò nel 1326 un regolare cenobio femminile e diede corso alla ristrutturazione della chiesa, un edificio basso e di piccole dimensioni, orientato a sud che occupava l’area dell’attuale presbiterio.

Il decadenza di Fruttuaria, data nel 1477 in commenda, segnò anche il regresso del cenobio di Belmonte; dopo molte traversie, le religiose dovettero aderire ai dettami del Tridentino, che obbligava le monache a risiedere in centri abitati e nel 1601 si trasferirono a Valperga.

Le monache volevano portare con sé la venerata statua mariana: ma la Vergine diede preciso segno di non approvare il trasferimento del simulacro dal luogo che si era scelto come sede. E’ il “miracolo dell’oscurità”: in un pomeriggio assolato quando si fece calare la statua per il trasporto << venne in detto punto una caligine, o sia una oscurità in detta chiesa, che parve essere di notte, a segno che tutti gli astanti restavano atterriti a caduno gridava a viva voce: Miracolo!>>.

La presenza a Belmonte della statua (manufatto di difficile datazione) conferisce maggiori caratteristiche di santuario al luogo. La Vergine de Pulchromonte, dal volto ieratico è assisa in trono con il figlio sulle ginocchia, che regge in mano il globo, in posizione di “re del mondo”. Dalla corona della Madonna scende un lungo manto che prosegue oltre il basamento e inquadra il gruppo scultoreo entro una sorta di triangolo sacrale.

Dopo la partenza delle monache furono chiamati a Belmonte dai signori di Valperga, i Francescani minori osservanti, detti Zoccolanti, già presenti nel Canavese dal primo ‘400; è documentata una loro “casetta” a Courgnè nel 1510, dove avevano facoltà di questua e predicazione; sul finire del ‘500 avevano fondato in quel borgo il convento della Rivassola.

Giunsero al santuario il 31 maggio 1602 e sembra che abbiano subito iniziato lavori di ampliamento e restauro delle strutture conventuali e della chiesa, trasformando il centro in vero santuario, che nel tempo sarà un polo devozionale importantissimo del Canavese, con un vasto e articolato bacino di utenza, spazio di devozione popolare di cui la sacra immagine è il fulcro, l’icona verso cui si rivolgono le preghiere e si instaura il silenzioso colloquio fatto di richiesta, speranza, offerta: contatto spirituale che il fedele cerca di stabilire con i celesti protettori e che trova nei santuari gli spazi entro cui attuarsi. Coi santuari esiste un vissuto marcato e continuo, significato dalla visita a conclusione di un pellegrinaggio sovente a carattere penitenziale, in cui la preghiera si fa comunitaria, scandita su invocazioni che sono anche ritmo al percorso: il ringraziamento si concretizza in un’offerta e/o in un ex voto (di cui fra l’altro il santuario di Belante possiede una ricca galleria).

Itineranza penitenziale e santuario costituiscono i dati dell’incontro e della partecipazione al sacro, che rispettivamente stabiliscono un’unità organica tra il gruppo umano in cammino e la presenza del divino. Il santuario meta di un pellegrinaggio più o meno lungo, intrapreso per impetrare una grazia, per esprimere riconoscenza o semplicemente ripercorrendo percorsi sanciti da antiche tradizioni comunitarie o familiari, diviene simbolico approdo dove il fedele, carico della propria quotidianità – fardello del viaggio – trova uno spazio di liberazione, seppure temporanea, dal male fisico e spirituale.

Scrive il Caresio che << è da considerarsi nel disegno di questo forte impulso dato dai Francescani ad una diversa funzione pastorale di Belmonte, quasi “ad accentuare la sacralità del luogo e ad accrescere le grazie e i benefici spirituali che si potevano ottenere” che sulla parte sommitale del monte, poco più di un secolo dopo il loro arrivo, i frati diedero il via alla realizzazione delle cappelle di un piccolo Sacro Monte…un complesso di grande rilievo per la capacità di attrarre e sviluppare la religiosità, ma senza grandi pretese artistiche>>. Quando s’avvia la vicenda costruttiva di Belmonte il sistema dei Sacri Monti piemontesi e lombardi è un’esperienza ormai consolidata e il complesso canavesano vi si inserisce morfologicamente, recependone tutte le caratteristiche. Scegliendo la tematica del Cammino della Croce” da un lato ci si ricollegava alle più antiche riproposizioni ambientali gerosolimitane, quelle che segnarono i primitivi percorsi rituali, e dall’altro lato si propone ai fedeli la “pia pratica” della Via Crucis, che avrà grande fortuna nel ‘700, diffondendosi come devozione, con precipue caratteristiche di itineranza. Infatti la meditazione e la preghiera avveniva sempre muovendosi fisicamente fra le stazioni in cui si era scandito il cammino di dolore Cristo, dall’orto degli ulivi al Golgota, con l’epilogo della deposizione e della collocazione nel sepolcro, stazioni che dapprima furono semplici croci lungo un percorso e in seguito divennero cappellette o piloni su cui veniva dipinta la scena.

L’idea fu accolta delle comunità di Valperga, Prascrorsano e Pertusio che finanziarono l’impresa, avviatasi il 19 giugno 1712, con grande affluenza di fedeli. All’iniziativa parteciparono nel tempo spontaneamente famiglie locali. Il luogo scelto per fu il bosco alle spalle del convento, in leggera salita; l’articolazione del percorso, sviluppato intorno a un itinerario anulare che parte dal santuario, giunge alla capp. della Veronica, in luogo elevato e opposto alla chiesa, e vi fa ritorno, si snoda su un sentiero ispirato alla Via Dolorosa, e si deve al guardiano del convento, p. Michelangelo da Montiglio, reduce dalla Palestina, dove poi tornò e morì nel 1744. Predicatore eccellente, nel filone della grande omiletica dell’Osservanza, conosceva bene il valore della riproposizione visiva che tanto aveva espresso nei Sacri Monti, creò un ambiente di meditazione e preghiera per le genti del luogo.

In pochi mesi sorsero le capp. I e VI; nel 1713 la IV e l'anno dopo la II. Dal 1715 al 1719 furono erette le capp. III, VII, XI e XII. La fabbrica ebbe una lunga sosta dopo il trasferimento di p. Michelangelo a Mondovì. I lavori ripresero dal 1759 al 1765 con la guardianìa di p. Ferdinando Garrone; un’altra ripresa si ebbe nel 1788 con le offerte raccolte da p. Colombino da Candia L. In questi anni furono edificate le capp. IX e X, mentre la capp. XIII fu compiuta nel 1825. L’ultimo sacello, rappresentante il Sepolcro, fu inglobato nella foresteria annessa al convento, ma fu distrutto e già alla fine dell’ ‘800 se ne perdono le notizie.

La scarsità di mezzi economici portò a scelte architettoniche e plastiche molto semplici; non si hanno notizie sulle maestranze che operarono a Belmonte, né per le architetture, né per la statuaria.

È probabile che si tratti di artisti locali che scelsero per le architetture soluzioni semplici, senza particolari ornamenti e dotate di portico per il riparo dei pellegrini. Più elaborata è la capp. XII “la Morte in Croce” per cui si scelse una pianta ottagonale con porticato anulare sorretto da pilastri angolari e arcate ribassate.

In un primo tempo le cappelle furono decorate da frescanti locali con ingenue scene, solo dalla metà dell’ ‘800, pur con semplicità francescana, furono aggiunte delle statue in terracotta di Castellamonte: tuttavia molte sono andate perdute. Le statue furono danneggiate dal lancio di pietre, che alcuni “devoti” usavano fare nei confronti delle statue che raffiguravano personaggi negativi: a questa lapidazione si rimediò ponendo delle grate.

La devastazione prosegui dopo la soppressione del convento e con una serie di atti vandalici piuttosto recenti. All'inizio del ‘900 si sostituirono alcune statue danneggiate e si rifecero degli affreschi.

Tra il 1877 e il 1880 si volle “arricchire” il Sacro Monte con un altro percorso devozionale, costituito da 15 piloni lungo il sentiero da Valperga al santuario, narranti in affresco i Misteri del Rosario.

Si riprende qui un tema pienamente mariano, quello del Rosario, devozione che ebbe grande diffusione dopo la vittoria di Lepanto del 1571, tematica specifica di alcun Sacri Monti (es. Varese) e illustrato nelle numerose Cappelle del Rosario erette dalle omonime confraternite in tante chiese parrocchiali.

Chi visita Belmonte non ritrova certo il discorso artistico raffinato degli altri Sacri Monti, dove per secoli furono impegnati valenti maestri, sovente personalità artistiche note e di chiara fama. Incontra tuttavia, nell’incanto del paesaggio e dell’ambiente, un’immediatezza di linguaggio che, pur nello stereotipo dei modelli, nella ruvidità delle figure, nella povertà dei mezzi espressivi, ha un suo incanto che viene da lontano.

Davvero Belmonte parla il linguaggio semplice e un po’ ingenuo dei pellegrini d’un tempo che, ispirati da una fede robusta e colmi di fiducia, salivano con fatica e gioia il Bel Monte, dove “vedendo pregavano e pregando vedevano”, partecipando alle sofferenze con cui Cristo aveva meritato la Redenzione e dove, nella penombra del santuario, ammiravano la Madre di Dio che offriva il Bambino Gesù, e tendeva le braccia in un gesto quasi di richiamo, verso cui si sentivano attratti in un abbraccio di protezione.

 

Bibliografia:

P. E. GUTRIS, Brevi cenni storici sul Santuario di N.S. di Belmonte, Ivrea, 1877.

G. CALLIGARIS, Un’antica cronaca piemontese inedita, Torino, 1889.

F. MACCONO, Il Santuario di Nostra Signora di Belmonte presso Valperga, Casale M., 1936.

G. e L. BERTOTTI, Belmonte e il suo Santuario, Courgnè, 1988.

F. CARESIO, Sacri Monti del Piemonte, Torino, 1989.

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