Notizie tratte dall’Eco di Belmonte

Si volle solennizzare al massimo l'inizio dei lavori e del percorso devozionale, concedendo particolari indulgenze ai presenti.

Così il 19 giugno 1712 vi fu una « istraordinaria affluenza di popolo », turbata però da «un grande prodigio. Si oscurò l'aria, vennero lampi e tuoni orribilissimi che pareva volesse sprofondare il monte. I religiosi con grande numero di cavalieri, parroci e persone distinte delle terre qui circonvicine stavano piangendo davanti all'altare della Beatissima Vergine di Belmonte temendo di essere tutti persi. In poco tempo si rasserenò l'aria e si ritrovarono in diverse terre circonvicine, cioè in Valperga e Pertusio e altri luoghi, forme di tempesta della lunghezza di più di uno scudo d'argento con l'impronta della Beatissima Vergine di Belmonte con somma soddisfazione di detti cavalieri e Religiosi credendosi liberi da sì imminenti pericoli, per favori particolari della Beatissima Vergine» 2.

Il Furno 3 aggiungeva: «il che si rimette alla pia credenza del lettore ».

La cerimonia poté quindi concludersi in letizia ed i lavori proseguire speditamente per cui già alla fine del primo anno erano fondate due cappelle: la prima e la sesta.

La prima «Gesù davanti al tribunale di Pilato» si poté realizzare grazie alla disponibilità del vicino comune di Pertusio che non rinunciò mai alla proprietà curandone la manutenzione. « Da notarsi in questa cappella gli avanzi dell'antica pittura, rappresentante il tribunale di Pilato. Sulla volta si vede ancora un grande dipinto. È rappresentata una tribuna in stile barocco, dalla quale, seduti, sei personaggi assistono alla discussione che avviene nella sala sottostante nel giudizio che si sta facendo del Redentore, che viene condannato a morte » 4.

La sesta cappella, quella della Veronica, venne costruita su un cocuzzolo roccioso diametralmente opposto al convento; qui termina idealmente la prima parte del percorso con gli eventi della passione di Gesù entro le mura di Gerusalemme, mentre nel ritorno sono raffigurate le scene del Calvario 5.

Gli abitanti di Pratiglione contribuirono alla costruzione di questa cappella, rinunciando però ai diritti nel 1905 per le spese di manutenzione. Acquistata allora dall'avvocato Aurelio de Andreis di Barbania, venne trasformata in cappella di famiglia allungando l'abside per erigervi un altare dedicato a san Luigi e far posto ad alcuni banchi; venne anche ampliato il piazzale antistante, ideale belvedere sul Canavese. Purtroppo l'assenza di manutenzione ed atti vandalici hanno arrecato alla cappella un grave deterioramento.

 

Nel 1713 su iniziativa dei parroci di Corio e Levone si iniziò a costruire la quarta cappella «l'incontro di Gesù con Maria Santissima»; non concorrendo però questi alle spese, subentrarono i signori di Valperga e successivamente il signor Spirito Perucca e dopo il 1950 la famiglia Coggiola Giachino.

 

La prima pietra della seconda cappella « Gesù condannato a morte» fu posta il 7 dicembre 1714 ad opera dei fratelli Ghiglieri e di Tarro Giovanni di Cuorgné. Rimase patronato di tale famiglia fino alla metà del secolo scorso passando poi a tutta la comunità di Cuorgné.

L'anno seguente vennero costruite ben tre cappelle: la terza, la settima e la dodicesima.

La terza raffigurante « la prima caduta di Nostro Signore» è stata costruita a spese della comunità di Prascorsano cui ancora tuttora regolarmente appartiene; la settima « la seconda caduta» ebbe invece numerose vicende e cambi di proprietà. Bartolomeo Gallo di Frassinetto, Giovanni Pietro Roatto di Salassa, Giacomo Berra e Cassiano Dogliani di Feletto non riuscirono a portare a termine la costruzione, completata nel 1773 dal conte Ignazio Valperga di Cuorgné. Riparata all'inizio del 1800 a spese del convento venne affidata, all'inizio di questo secolo, alla comunità di Front, attuale proprietaria.

La dodicesima cappella «la morte di Gesù in croce» come si è già detto è a pianta centrale, di forma ottagonale e tutta circondata da un porticato. Rimase sempre proprietà del comune di Valperga che, malgrado le tormentate vicende storiche, provvide sempre alla riparazione, avendosi notizie anche di due crolli, nel 1700 e agli inizi del 1800, dovuti alla particolare posizione della cappella sul ciglio di un terreno molto ripido, dominante l'area conventuale

Nel 1719 venne fondata la cappella della « crocifissione» (undicesima) dal signor Giacomo Oberto e dalla comunità di Rivara, ancora attuale patrona. È questa l'ultima delle primitive cappelle fatte costruire da padre Michelangelo; il suo grande entusiasmo e capacità uniti al personale sostegno economico spesso non indifferente per i cronici ritardi nei pagamenti, erano stati lo stimolo e la guida che aveva permesso di portare a buon punto la realizzazione delle cappelle del Sacro Monte.

Vediamo infatti che quando venne trasferito, dapprima a Mondovì e successivamente in Terra Santa ove lo coglierà la morte il 10 agosto 1744, i lavori subirono una lunga stasi. Dovranno passare parecchi decenni prima che un'altra grande figura di guardiano, padre Ferdinando Garrone da Livorno Ferraris, riprenda i progetti originari. Questi, guardiano dal 1759 al 1765, fece direttamente costruire la nona cappella, dedicata alla « terza caduta di Gesù ». Appare oggi diversa dalle altre per le bianche statue che le danno un aspetto assai suggestivo e rimase fino al 1824 proprietà del convento; nella seconda metà del 1800 l'abate Luigi Perotti di Cuorgné cedeva il patronato ai marchesi di Bagnasco che lo detengono ancora attualmente.

Un'altra grande personalità di guardiano, padre Colombino da Candia Lomellina, che incontreremo infaticabile organizzatore della prima incoronazione nel 1788, curò con le offerte del santuario la costruzione della decima cappella « Gesù spogliato e abbeverato di fiele e mirra ». Venne poi, dopo il periodo rivoluzionario, presa sotto il patronato della famiglia Oddone di Feletto e successivamente nel 1907 delle famiglie Rolando e Morello di Pratiglione.

Risale a quello stesso periodo (1773), in cui Belmonte fu importante sede di ritiro francescano, la quinta cappella, detta del « Cireneo », interamente finanziata come ex voto dall'avvocato Borrone di Salto che vi chiamò a dipingere il pittore Grosso di Ivrea abitante a Cuorgné. Ebbe vari passaggi di proprietà: nel 1824 venne affidata alla famiglia Cavallo di Rivara e alcuni anni dopo al canonico Verlucca; alla sua morte subentrò il vescovo di Asti, monsignor Luigi Spandre.

È lo stesso pittore Grosso che decorò l'ottava cappella, delle « Pie donne », eretta tra il 1752 e il 1781 da alcuni devoti del comune di Busano, presa successivamente sotto il diretto patronato dell'intero comune che mai volle rinunciarvi.

È solo nel secolo seguente e precisamente il 13 giugno 1825 che si iniziavano solennemente i lavori per la tredicesima cappella, la « deposizione dalla croce », grazie ad una sottoscrizione tra numerose famiglie cuorgnatesi (Negri-Baldioli-Signorelli-canonico Chianale … ). Venne terminata solo tre anni dopo dai fratelli Peradotto di Riborgo che riservarono il patronato alloro paese. Certamente però fin dalla sua prima progettazione ad opera del padre Michelangelo il percorso devozionale non poteva ritenersi completo senza la cappella della « deposizione ». Un locale, inglobato nella successiva costruzione del convento e attraversato dalla scala che dal cortile rustico conduce al piano superiore, reca tracce di pitture settecentesche che il padre Maccono ha attribuito a questa cappella scomparsa.

«Il corpo morto del Redentore è disteso a terra e presso il suo corpo sta seduta Maria SS. con gli occhi rivolti al cielo, nel solito atteggiamento dell'Addolorata. Alla sua sinistra sta S. Giovanni e alla destra una delle Marie ricordate dal Vangelo. Essa piange e tiene nella mano sinistra un fazzoletto. Davanti a questa, seduta a terra, l'altra Maria anch'essa piangente e che tiene sulle ginocchia i piedi del Signore morto. Dietro a S. Giovanni si vede ancora una scala di legno che servì per la deposizione e molto confusamente qualche altro strumento della passione. Ad un metro di distanza da questa scena visibile e separato da un intonaco bianco, si vede ancora un angelo seduto» 6.

Questa cappella venne utilizzata come cappella privata dell'appartamento che l'abate Giacomo di Masino, dopo essere riuscito nel salvataggio del convento nel periodo rivoluzionario, si fece costruire ed ove amava soggiornare nei periodi di riposo.

In una ideale rappresentazione dei luoghi della passione non poteva certamente mancare la rievocazione del Sepolcro, principale luogo di culto della Gerusalemme cristiana.

Basandosi sugli antichi manoscritti del convento, il padre Maccono ritenne di identificarla nella cappella primitivamente dedicata a san Giuseppe « ove ora è l'ingresso del convento dal rustico. Comprendeva l'atrio attuale e parte del corridoio attiguo nell'interno del convento, ove ora si apre la scala che conduce al piano superiore. Chi esamina la volta e le linee che ancora rimangono di questo locale vede che conservano ancora qualcosa indicante più una cappella che una camera ad usi profani» 7. Già alla fine del 1700 se ne erano perse completamente le tracce.

Non sono queste le uniche cappelle dimenticate o disperse, avendosi notizie anche di altre in tempi relativamente più recenti. Una di queste sorgeva nella piccola grotta naturale affacciata sul bivio che conduce al « campass », ideale riparo sfruttato fin dalla preistoria.

Padre Nemesio Rolle di Pratiglione, guardiano alla metà del secolo scorso, assai noto e capace organizzatore, pensò di collocare all'interno delle cappelle, i cui affreschi erano ormai molto deteriorati e spesso illeggibili, delle statue in terra cotta a grandezza naturale, in analogia con gli altri Sacri Monti.

La grotta era uno scenario ideale per la « tentazione di Pietro »: un diavolo tutto nero sogghignava in un canto verso il principe degli apostoli addormentato mentre un gallo lanciava i suoi acuti richiami nel vano tentativo di svegliarlo. Era un chiaro invito alla preghiera per sfuggire alle tentazioni.

Non si fecero però bene i conti con la … fede dei pellegrini i quali, animati da sacro furore, si sfogavano a sassate sul povero diavolo, riducendolo regolarmente a pezzi. Malgrado le continue riparazioni, si dovette alfine lasciare andare … il diavolo al suo destino e così le statue sparirono completamente.

Decisamente gli apostoli addormentati non ebbero mai molta … fortuna a Belmonte poiché nel 1901, edificando l'attuale piazzetta di fronte all'ingresso della chiesa con il sottostante primo ristorante, venne demolita un 'altra cappella, con Gesù nell'orto accanto ai tre apostoli dormienti. La costruzione risaliva alla metà del secolo scorso grazie alle offerte di due sacerdoti di Valperga, il teologo Giovanni Maria Ottini e il canonico Vincenzo Varello; era viva intenzione ricostruirla in un'altra sede ma tutto rimase allo stato di progetto.

Oggi purtroppo numerose cappelle, specie se di proprietà privata, sono andate notevolmente deteriorandosi, per l'assenza di una continua ed attenta manutenzione oltreché per atti di puro vandalismo.

Occorre augurarsi un intervento pubblico coordinato non solo per il restauro ma anche per la tutela dell'ambiente che con il percorso devozionale forma un tutto inscindibile altamente suggestivo che dovrebbe essere conservato e ricondotto alle caratteristiche originali.

 Il messaggio di storia, di cultura, di arte, sia pure popolare, e di religiosità di questo « percorso devozionale» è un prezioso patrimonio che ci giunge attraverso i secoli, ci appartiene, fa parte del nostro passato canavesano, che ha fatto di Belmonte il « suo» santuario, al di sopra, anche in senso reale, di qualunque campanilismo, oasi di fede e di riconciliazione.

 

Il convento

La diversa apertura al mondo dei Francescani, il loro maggior coinvolgimento verso il mondo laico e popolare e conseguentemente l'aumentato afflusso di pellegrini e religiosi forestieri cui non di rado si offriva ospitalità, rendeva necessaria anche una drastica e radicale trasformazione del primitivo convento benedettino. Questo venne lasciato al suo posto: non vi era alcuna necessità di demolire l'edificio che venne utilizzato, oltreché come deposito, come foresteria «per dar comodo ai contadini ed alle donne di andare scaldarsi e mangiare».

Si costruì invece il nuovo convento lungo l'asse della chiesa che proprio in quel periodo veniva anche notevolmente ampliata; la roccia viva costituiva un ideale basamento su cui vennero modellati gli edifici, seguendo le asperità, sfruttando gli avvallamenti ed i brevi tratti piani con spessi muraglioni, scale pianerottoli.

«Al piano terreno constava, verso mezzogiorno di un lungo corridoio retto da grossi pilastri, a mezzanotte vi dovevano essere le officine, il refett01'io, i locali di servizio. Il piano superiore constava a mezzogiorno di cellette per i frati e questo lo si può vedere molto chiaramente da un dipinto della fine del 1700 conservato nell'odierno museo di Belmonte. Verso mezzanotte il piano superiore constava di una galleria, poi chiusa nella seconda metà del 1700 per formare altre camere» 1.

Si resta ammirati pensando che tutti questi lavori vennero compiuti grazie alla paziente e laboriosa attività dei religiosi, tanto più che «proprio in quei tempi (principio del 1700) i Superiori Provinciali  rinnovavano la proibizione a Belmonte di raccogliere elemosine pecuniarie in chiesa o fuori, di affittare camere per alberghi, di affittare il bosco o qualunque altra cosa che sapesse di traffico» 2.

Furono anni, decenni di umili fatiche e anonimi sacrifici.

Il riconoscimento dell'importanza sempre maggiore assunta dal convento di Belmonte non poteva tardare: nel 1752 il ministro provinciale padre Emanuele De Gregori volle che divenisse sede del Convento di Ritiro della Custodia di Torino.

I ritiri erano conventi ove i religiosi potevano ritirarsi in solitudine per ritemprare lo spirito; si osservava il silenzio, si usciva solo per ragioni di ministero, dividendo la giornata tra la preghiera, lo studio e il lavoro. Nessun luogo si prestava meglio di Belmonte, per la sua posizione privilegiata in alto tra i boschi, isolata e tranquilla.

La nuova famiglia religiosa, guidata dal padre Daniele da Crescentino giunto dal ritiro di Busca, era composta da dieci sacerdoti, cinque fratelli laici ed un chierico.

Le popolazioni «concepirono ben tosto al/a nuova famiglia affetto e stima grande e ben contente si mostraro11o della seguita mutazione » 3.

Anche il convento, per la nuova destinazione, subì adattamenti: le esigenze di isolamento comportavano la netta separazione del settore di clausura riservato ai soli frati e la costruzione di un solido muro di cinta.

el1759 il guardiano padre Ferdinando Garrone, già ricordato per l'impulso dato alle cappelle della Via Crucis, notissimo per il grande zelo morale e per l'instancabile attività, fece costruire la cinta muraria sotto il piazzale della chiesa che venne abbellita pochi anni dopo da una nuova porta e dall'orchestra (cantoria), dotata di un organo «opera del Liborio», famoso costruttore astigiano di organi4. .

Lo spesso e solido muro di cinta venne prolungato sul fianco meridionale del convento, assai scosceso e dirupato; lo spazio così creato venne riempito di terra e si creò uno spazioso giardino , abbellito dalla cappella della Concezione di Maria, affacciata sulla vasta pianura.

L'ampliato cortile rustico sul retro del convento venne allacciato con un nuovo tratto di strada a quella proveniente da Valperga, che prima si arrestava al piazzale della chiesa; i carri e le bestie da soma poterono così trovare conveniente sistemazione.

La strada stessa d'accesso a Belmonte venne in più punti allargata e modificata, per rendere più agevole la salita anche dei carri. Laboriosamente si cercava di rendere Belmonte sempre più accogliente, con quel minimo di comodità permesso dai tempi e dall'austera vita francescana . Nel 1785 si costruiva una grande vasca

che raccogliendo l'acqua piovana la convogliava alla cucina ed ai giardini. L'assenza di fontane perenni rendeva difficile l'approvvigionamento idrico, problema che doveva trovare la soluzione solo in tempi relativamente recenti.

Al centro dei lavori era però sempre la chiesa: il rifacimento del tetto, l'innalzamento dei muri di sostegno, la ricostruzione dei muri e delle finestre delle gallerie, l'innalzamento della facciata con l'ingrandimento del piazzale antistante e la ricostruzione dell'entrata sono solo alcuni dei lavori più evidenti di quel periodo. Lavori tesi ad abbellire il santuario anche in preparazione di quella  solenne cerimonia che era nelle intenzioni dei religiosi e di cui ormai sempre più frequentemente si parlava: l'incoronazione della statua della Madonna.

Non bisogna però pensare che Belmonte in quel periodo fosse solo un cantiere di lavoro manuale: vi dominava sempre un altissimo fervore mistico e religioso. Il carattere stesso di Convento di Ritiro vi faceva convergere alcune delle più alte personalità teologiche francescane che qui cercavano in una vita ascetica, lontana dallo spirito e dalla filosofia illuminista e materialista allora dominante, quella concentrazione e sublimazione religiosa che sola può permettere di avvicinarsi alle più profonde verità.

Lungo sarebbe anche il solo nominarli tutti; ci accontenteremo di citare solo quelli che hanno lasciato un ricordo più significativo. A questi appartiene il padre Anastasio Fumo da Costigliole d'Asti, autore di quella «Breve Istoria del Santuario di Belmonte presso Valperga nel Canavese».pubblicata a Torino nel 1788, la prima vera monografia su Belmonte; fu lettore di filosofia e teologia in vari monasteri del Piemonte ed uno dei principali artefici delle feste del!' incoronazione; eletto Ministro Provinciale dovette lasciare Belmonte dopo oltre dieci anni di soggiorno.

E parlando di libri non si può non ricordare il padre Deodato

Toselli da Cuneo, tra i primi membri della famiglia di ritiro (1752-53), di alta cultura e di instancabile attività, autore di numerose opere filosofiche e morali. Egli vide nei libri un insostituibile mezzo di studio e di approfondimento e volle che anche il convento fosse dotato di una idonea biblioteca, che in breve raggiunse 1600 volumi.

Nello zelo morale e nella predicazione si distinsero il padre Giacomo Anzani di Milano, già predicatore generale, e il padre Arcangelo da Genova, ambedue morti a Belmonte nel 1797 e 1798; la loro fama superava i confini strettamente locali.

Si volle anche completare l'attività di predicazione nelle varie parrocchie con dei cicli di esercizi spirituali per i laici, ripetuti al  santuario più volte all'anno; vi erano ammesse una trentina di persone ogni volta. Anche numerosi sacerdoti salivano per compiere privatamente gli esercizi e trovare nella solitudine e nel raccoglimento francescano l'ambiente ideale per la meditazione e la preghiera.

 

Notizie tratte da L’ECO DEL SANTUARIO DI BELMONTE – numero speciale 1988

Di Giovanni e Luigi Bertotti

© Copyright Ente di Gestione dei Sacri Monti 2013. All rights reserved.